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La bottiglia d'olio più antica al mondo (La Repubblica)

  • di Grazia Pattumelli
  • 9 Nov 2020 alle 10.41

bottiglia olio Ercolano

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Potenza dell’archeologia. Una nuova sorpresa arriva dalle meraviglie romane custodite nel Museo archeologico nazionale di Napoli. No, stavolta non si tratta della decorazione spettacolare di una domus pompeiana, né di un mosaico, di una scultura, o magari di un’armilla dorata.

Ma di una bottiglia d’olio. Buono, di oliva pura. L’abbiamo già vista due anni fa, proprio al Mann, alla mostra “Res Rustica”, eccezionalmente esposta accanto ad una pagnotta pompeiana abbrustolita.

Si tratta del più antico esemplare di questo tipo al mondo, come stabilisce uno studio ad hoc, frutto della collaborazione tra il Dipartimento di Agraria dell’università Federico II e il museo. I risultati sono stati pubblicati dalla rivista “NPJ Science of Foods”, del gruppo Nature. La quotidianità di duemila anni fa, persino quella di una fiaschetta scheggiata, riesce a stupire più di un affresco. Soprattutto per il suo contenuto straordinario.

Tutto inizia nel 2018, quando Alberto Angela “riscopre” la bottiglia, in occasione di un sopralluogo ai depositi del museo (il cui riordino è stato avviato dal direttore Paolo Giulierini), durante le registrazioni del suo programma “Stanotte a Pompei”. Un reperto proveniente (forse) da Ercolano, dove rimase sepolto dall’eruzione vesuviana del 79 e ritrovato durante le primissime campagne di scavo in epoca moderna, probabilmente quelle del Principe d'Elboeuf nel 1738, poi proseguite da re Carlo di Borbone.

Alcuni studiosi hanno ritenuto che quel contenitore in vetro fosse proprio un oggetto appartenuto agli operai del cantiere reale. Ma la datazione definitiva con la tecnica del carbonio-14 ha fugato ogni dubbio: si tratta a tutti gli effetti di un manufatto del primo secolo. E già questo lo rende speciale. Diventa un unicum nell’archeologia quando si aggiunge quella sostanza che lo riempie per metà, ormai solidificata, dalla consistenza cerosa.

Ad un primo sguardo sembrava si trattasse di residui di vino. Ma gli esami hanno rivelato ben altro. Le ricerche, condotte da un team multidisciplinare coordinato dal professore Raffaele Sacchi (del Dipartimento di Agraria) consentono per la prima volta di verificare l'identità molecolare della sostanza: è olio di oliva.

"Si tratta del più antico campione a noi pervenuto in grosse quantità – afferma Sacchi – In pratica, è la bottiglia d'olio più vecchia al mondo. Che ci regala una prova inconfutabile dell'importanza di questo alimento nell'alimentazione quotidiana delle popolazioni del bacino mediterraneo, in particolare dei romani nella Campania Felix".
Certo, la sostanza oggi è profondamente diversa rispetto a quella di duemila anni fa. Gli studi effettuati dai ricercatori della Federico II, assieme a quelli del Cnr e dell'Università della Campania Vanvitelli, hanno infatti evidenziato che il materiale organico porta le tracce di profonde modificazioni chimiche tipiche dei grassi alimentari alterati. Più che plausibile, viste le alte temperature a cui la bottiglia è stata esposta al momento dell'eruzione del Vesuvio, per non parlare cambiamenti subiti durante la sua conservazione nei secoli.

È sopravvissuto molto poco delle tipiche molecole dell'olio d'oliva: quel tanto che basta per identificarle al microscopio. I trigliceridi, che rappresentano il 98 per cento dell’olio si sono scissi negli acidi grassi costitutivi. Gli acidi grassi insaturi si sono completamente ossidati generando degli idrossiacidi, che a loro volta hanno reagito fra di loro formando dei prodotti di condensazione, chiamati estolidi, mai osservati in precedenza nei processi convenzionali di alterazione naturale dell'olio d'oliva.

Il profilo degli acidi grassi saturi e quello dei fitosteroli hanno stabilito con certezza che la materia grassa era di origine vegetale: non conteneva grasso di origine animale, ampiamente utilizzato dalle popolazioni dell'epoca.

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